Viaggio alla scoperta dell’entroterra sardo

barbagiaL’entroterra sardo è al di fuori delle rotte frequentate dal turismo di massa che predilige invece le coste dell’isola: si tratta tuttavia del cuore della Sardegna, un luogo dove si trovano ancora molte delle tradizioni locali.

Si caratterizza per la grande pianura del Campidano e per i massicci montuosi interni: la prima si estende per oltre 3000 chilometri quadrati nella parte meridionale dell’isola ed è stata la ragione per cui la Sardegna fu considerata fino al Settecento uno dei granai d’Europa. A differenza della pianura sarda, aperta agli influssi stranieri, le montagne dell’entroterra hanno conservato ancora oggi molti tratti della cultura tradizionale e sono il mondo della pastorizia e della transumanza. In particolare la Barbagia, il compatto massiccio del Gennargentu, appare come un mondo arcaico: la Sardegna centrale è sempre stata vista come un mondo a sé, slegata dalla dalle coste e dalla pianura. Questo è vero solo in parte, ma non si può negare che le montagne presentino una difficoltà di accesso abbastanza marcata e una circolazione interna limitata.
Ciò ha portato alla costituzione di comunità molto isolate nelle vallate incassate nei massicci interni: queste poi hanno originato i piccoli paesini dell’entroterra dove ancora oggi si respira un’aria di passato e tradizioni. In particolare la Barbagia é caratterizzata dal fatto di essere divisa dal punto di vista geografico e culturale in quattro zone, ognuna con caratteri propri e con un capoluogo storico-tradizionale. Oggi questi centri hanno perso importanza a favore di Nuoro, ma mantengono le loro tradizionali feste e costumi locali.

Ad esempio Atzara è uno dei centri della regione del Mandrolisai (la parte nord-occidentale della Barbagia) in cui sono maggiormente sentiti gli usi e costumi della tradizione sarda popolare: qui si producono artigianalmente i tappeti più belli dell’isola, decorati con figure geometriche o con scene di vita quotidiana molto colorate.

Fuori dal centro di Austis si trova il villaggio nuragico S’Urbale, una testimonianza fondamentale sulla vita in Sardegna durante l’età del bronzo: è formato da una cinquantina di capanne con i muri a secco e di forma circolare e vi sono state rinvenute molte ceramiche decorate. A poca distanza sorgono altri due villaggi nuragici, quello di Abini e quello di Oseli.

Mamoiada è invece famosa per le sue maschere degli Issohadores e dei Mamuthones, che sfilano durante il carnevale tradizionale: l’evento ha inizio il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate e vede la preparazione della su papassinu nieddu, focaccia con uva passa, mandorle, miele, e noci. Martedì grasso poi si svolge la processione dei Mamuthones accompagnati dal suono di campanacci e dalle tradizionali danze a cerchio che continuano fino a sera. Un altro tradizionale carnevale degno di nota è quello di Orodda: termina il Mercoledì delle Ceneri e vede la processione di un pupazzo chiamato il Conte che è il responsabile di tutti i mali del paese. Alla fine viene sottoposto a un processo e impiccato o bruciato.

Infine Tonara, composta da quattro frazioni, è il luogo di produzione più noto dell’eccellente torrone sardo, un dolce arrivato fino a noi seguendo le stesse tecniche di lavorazione di due secoli fa.
Per spostarsi da un luogo all’altro dell’entroterra si consiglia di prendere il Trenino Verde: si tratta di uno dei modi più attraenti, caratteristici e inusuali di scoprire la Sardegna. Le linee sono quattro, ognuna con proprie caratteristiche specifiche: si consiglia di prenotare per essere sicuri di avere un posto sulle splendide carrozze d’epoca del treno. È un servizio turistico a velocità moderata che si muove all’interno di un territorio fantastico e da cui si può godere una vista splendida.

Infatti l’entroterra della Sardegna si caratterizza per essere ricchissimo di bellezze naturali straordinarie e perché vi vivono specie vegetali e animali autoctone che non si trovano da nessun’altra parte. Ad esempio sono specie uniche il muflone, l’avvoltoio nero, il grifone, la testuggine terrestre, la pernice rossa e l’asinello sardo. Per proteggere questo straordinario patrimonio naturale sono state create numerose aree protette: la più importante è il Parco Nazionale del Gennargentu e Golfo di Orosei, che ospita alcuni dei luoghi più selvaggi d’Italia e in cui vivono anche il falco pellegrino, l’aquila reale e il falco della regina.

Come restaurare un mobile intarsiato

panca intarsiataL’arte del restauro mira a riportare in vita mobili ed oggetti di uso comune, rispettando la loro provenienza e la loro composizione originale. Un restauro ben eseguito può realmente donare una seconda vita ad elementi abbandonati, mal tenuti e rovinati, riportandoli agli antichi fasti e convertendoli in oggetti ed elementi pronti per essere nuovamente impiegati nella vita di ogni giorno.

L’arte del restauro si basa su lunghi e profondi studi, i quali riguardano la storia dell’elemento da restaurare. Con la parola storia si intendono molte sfumature che riguardano l’elemento, dal suo inserimento nel tessuto sociale, fino all’impiego di determinati materiali di costruzione, disponibili in quel definito periodo storico. Un bravo restauratore deve quindi considerare ogni aspetto che interessa il mobile da lavorare, per mettere in pratica un’opera rispettosa del passato, ma votata a donare un futuro nuovo e radioso all’oggetto che sta lavorando.

Questi fondamentali aspetti preventivi sono particolarmente visibili nel caso di mobili intarsiati. Gli intarsi sono pregiati decori che accompagnano l’estetica di mobili appartenenti ai più diversi periodi storici. La loro salvaguardia deve essere accompagnata da una serie di procedure attente e delicate, mirate a far emergere la loro bellezza nel presente donando un aspetto e una funzionalità nuova all’insieme stilistico del mobile. Vediamo assieme quali sono i passi basilari da compiere al fine di restaurare con cura un mobile intarsiato.

1- La prima operazione da fare risiede nell’attenta valutazione dell’oggetto. Molte sono le domande che ci si deve porre al fine di un restauro attento e preciso. Fra esse si annoverano le seguenti:
- A quale periodo storico appartiene l’oggetto o il mobile?
- Quali sono i materiali usati per la costruzione della struttura?
- Quali tipologie di ferramenta sono state impiegate?
- Quali erano le tecniche di lavoro in vigore al tempo?
Queste semplici domande sono la base dalla quale partire per agire in modo competente, procurandoci i giusti materiali e i giusti componenti che ci serviranno durante le varie fasi del restauro. La passione di un bravo restauratore si valuta da questi aspetti preventivi, i quali mirano a rispettare la storia e il vissuto degli elementi che stiamo lavorando.

2- La prima operazione pratica nel restauro di un mobile intarsiato risiede nello smontare la ferramenta presente nel mobile. Dalle maniglie fino alle serrature e alle cerniere, gli elementi metallici devono essere tolti e valutati attentamente. Se il loro stato si presenta buono, essi possono essere sottoposti a pulitura e ad una conseguente lucidatura, con l’accortezza di controllare il corretto funzionamento di ogni minimo componente strutturale.

3- Segue, a questo punto, la rimozione della lucidatura vecchia non originale, la quale può avvenire con l’impiego di alcool a 94°. L’alcool è un prodotto utile e rispettoso delle superfici, in quanto ci permette di togliere solamente le sezioni che desideriamo senza intaccare la totalità della superficie del mobile. Non solo, in quanto l’alcool a 94° rappresenta una valida alternativa all’uso di solventi o di prodotti abrasivi troppo aggressivi. La fase relativa alla pulitura è di fondamentale importanza, in quanto rivela lo stato di salute del mobile. Possono infatti essere evidenziate sezioni danneggiate, oppure risaltare parti che hanno precedentemente subito delle opere di restauro. L’occhio attento del bravo restauratore può quindi comprendere se il mobile necessità di determinate procedure e se precedenti opere di restauro devono essere rimosse. Pulendo con alcool la superficie del mobile si salvaguarda in modo semplice e profondo l’originalità del mobile, per cui consigliamo vivamente di usare il prodotto in questa delicata fase del restauro.

4- A questo punto dobbiamo operare sugli intarsi danneggiati. Molte sono le tecniche attuabili, dal riempimento di sezioni danneggiate fino al carteggio e alla pratica di sanare gli intarsi da eventuali graffi o variazioni cromatiche. Ogni intarsio deve essere analizzato con cura e trattato con le metodologie più consone al suo restauro.

5- Ora che abbiamo completato il restauro dei preziosi intarsi è giunto il momento di dare vita alla definizione estetica del mobile. A questo punto ci si deve chiedere quale sarà la funzione del mobile, ovvero se esso vivrà una vita ‘attiva’ oppure sarà delegato ad una pura funzione estetica. In base alle risposte, dovremo agire di conseguenza, apportando eventuali modifiche di uso e rendendo ogni componente facile da impiegare nella vita di ogni giorno. Non solo, in quanto si dovrà meditare sul luogo di inserimento del mobilio, riflettendo sulle variazioni di temperatura e di clima del luogo che si appresta ad accoglierlo. A tal fine l’impiego di trattamenti anti tarlo e di vernici adatte diventano una logica conseguenza. Il risanamento della ferramenta, oppure il cambiamento totale se i pezzi si presentano inutilizzabili, sono le complementari azioni da mettere in atto, per rendere il mobile completo e dotato di ogni elemento originariamente incluso nella sua struttura.

La scelta di affidarsi a bravi restauratori è la porta che apre un’opera mirata a riportare il nostro mobile all’originaria bellezza. Un restauro accurato, soprattutto in presenza di pregiati intarsi, può infatti dare vita a sorprendenti risultati finali, dove il mobile acquista caratteristiche estetiche di pregio e può ricominciare a svolgere l’importante funzione per il quale, un tempo, era stato creato.

Perchè è importante rivolgersi a veri restauratori

antiquariatoIl restauro è un’arte antica le cui tecniche, tramandatesi inalterate fino ad oggi e attualmente valorizzate dal supporto di strumenti d’avanguardia, permettono a mobili e oggetti di ritrovare il loro splendore originario. Che si tratti di preziosi pezzi unici o di beni dal valore quasi esclusivamente affettivo, è di fondamentale importanza affidarli alle mani di esperti qualificati, dotati di tutte le competenze necessarie per trattare ogni manufatto con la cura e l’attenzione che merita. A differenza delle epoche passate, nelle quali il lavoro di restauro coincideva spesso con la semplice riparazione del mobile o con il suo “aggiornamento” in conformità al gusto e alle tendenze del momento, l’odierna attività del restauratore consiste nel recuperare, riparare e conservare non soltanto il materiale ma anche il design, lo stile e l’atmosfera con il quale quello stesso pezzo è stato forgiato: a questo scopo sono necessari una grande precisione e l’impiego di un ricco e complesso ventaglio di metodologie.

Talvolta il ricorso al restauratore è motivato dalla volontà di ripristinare la funzionalità del mobile e la sua primitiva freschezza unicamente allo scopo di poterlo riutilizzare come pezzo d’arredamento. In altri casi, invece, ciò che spinge il proprietario di un mobile o di un complemento d’arredo a richiederne il recupero è l’intenzione di immetterlo sul mercato per realizzare un cospicuo guadagno. Per tutte queste ragioni, è sempre indispensabile scegliere una bottega artigiana in grado di offrire determinate garanzie: il vero restauratore, infatti, non è un semplice “riparatore” ma un vero e proprio artista capace di lavorare ogni tipo di materiale ( legno, vetro, ceramica, metallo) e di conoscere a fondo epoche e stili. E’ una mente flessibile e altamente creativa, la cui perizia può anche prevedere soluzioni originali in caso di oggetti molto danneggiati dei quali risulta impossibile mantenere l’aspetto e la struttura iniziale: è il caso delle lampade ad olio trasformate in lumi elettrici, o delle ante in vetro sottoposte ad una minuziosa e certosina ricostruzione per tramutarle in ante di legno.

Molte delle botteghe di restauro più antiche e prestigiose si trovano ancora oggi nel centro storico di Roma, e si contraddistinguono per l’alta specializzazione nel settore della falegnameria e dell’ebanisteria, per la grande creatività e per le profonde conoscenze di carattere storico e merceologico. Mettono a disposizione la loro professionalità per un gran numero di figure e di enti dediti alla conservazione e alla tutela dei beni culturali come musei, case d’asta, ambasciate, antiquari e collezionisti. Ciò fa della loro attività un contributo prezioso alla salvaguardia del patrimonio storico e artistico sia nazionale che internazionale, e conferisce alla professione del restauratore una valenza essenziale.

restauroQuello del restauro è quindi un settore in continua crescita, grazie anche ad una maggiore sensibilizzazione del pubblico nei confronti dei beni, sia mobili che immobili, che sono stati testimoni della nostra storia e che rappresentano per l’umanità un valore da conservare e rispettare. Ecco perché il mestiere del restauratore può offrire alle nuove generazioni nuovi sbocchi lavorativi nei quali la realizzazione professionale si fonde alla passione per l’arte e per la bellezza. E’ una professione varia e ricca di soddisfazioni, frutto di accurati e specifici studi e di una lunga pratica “sul campo” che permette di affinare giorno dopo giorno l’abilità tecnica e il gusto artistico. Anche se le metodologie fondamentali sono rimaste immutate nei secoli, questa particolare attività artigianale si avvale oggi di nuovi macchinari e di raffinate strumentazioni che rendono le diverse fasi del lavoro manuale molto più rapide e agevoli, consentendo anche di ottenere una maggiore precisione nel risultato finale. Anche i prodotti comunemente usati nel restauro dei mobili, come le vernici, gli stucchi, le cere e i rimedi antitarlo, hanno raggiunto formulazioni sempre più efficaci e mirate per pulire, sverniciare, riparare, nutrire ed eseguire al meglio tutte le operazioni di finitura. Ma se prodotti d’alta qualità, raffinate tecniche e strumenti d’avanguardia sono il supporto indispensabile per poter svolgere in maniera ottimale questo difficile ed affascinante mestiere, c’è un requisito fondamentale che non deve mai mancare nella bottega dell’autentico restauratore: l’amore, la passione per il proprio lavoro e per l’oggetto antico, un “valore aggiunto” dal quale non è possibile prescindere se si desidera diventare un vero professionista del settore.

Ogni mobile d’antiquariato è, per l’artista del restauro, un oggetto prezioso che il trascorrere del tempo ha momentaneamente offuscato, e che attende da mani amorevoli e sapienti di essere riportato alla sua luce naturale.

Mobili antichi, come chiudere i buchi dei tarli

mobile tarlatoSe notate che alcuni mobili antichi in vostro possesso iniziano a tarlarsi dovete immediatamente correre ai ripari prima che gli insetti se li divorino completamente, lasciandovi solamente una manciata di segatura.

I tarli si nutrono esclusivamente delle sostanze che sono contenute all’interno della polpa del legno ed è buona norma contrastare i loro attacchi appena ci si accorge della loro fastidiosa presenza. Tutti i trattamenti atti a debellare questi insetti xilofagi però, non sono definitivi. Infatti a distanza di anni, i tarli possono tornare ad attaccare lo stesso pezzo di mobilia ed è necessario intervenire nuovamente con ulteriori trattamenti specifici.
Le larve dei tarli crescono grazie al nutrimento che trovano nelle fibre del legno sia lavorato che grezzo, in genere preferiscono “mordicchiare” i legni ben asciutti, indipendentemente dall’età. Quasi tutte le tipologie di legno sono attaccabili da questi insetti ad eccezion fatta del pino marittimo e del castagno, questi non sono fra i loro preferiti, perché la parte più interna è molto dura e non riescono a penetrarla con facilità. In compenso però fanno incetta della corteccia e degli strati più superficiali, riducendoli in polvere in breve tempo.

Esistono diverse specie di tarli che si distinguono a seconda delle dimensioni e dei tempi biologici, in linea di massima al raggiungimento della piena maturità possono avere una lunghezza compresa fra i due millimetri ed un centimetro. Questi insetti vivono la loro esistenza larvale dentro il legname che può essere lunga solo qualche mese o diversi anni, in seguito le larve divengono farfalle, si accoppiano e depongono altre uova. Le larve scavano dei tunnel all’interno del legno ed è possibile accorgersi della loro presenza, sia per le tracce di segatura che lasciano ovunque, sia per il rumore che fanno durante la loro principale attività.
I fori che si vedono sulla superficie dei mobili sono il sintomo più palese dell’attacco dei tarli. Se ci sono buchi caratterizzati da un contorno molto netto di una tonalità di colore molto chiara significa che i tarli sono usciti da poco dal legno ed è probabile che altre larve siano ancora chiuse all’interno del mobile. Invece se si notano fori più frastagliati e scuri in parte occlusi dalla polvere significa che il legno oramai è stato abbandonato dagli insetti da parecchio tempo.

I fori vecchi si possono chiudere con dello stucco a base di cera solida avente un colore del tutto paragonabile a quello del legno che si sta restaurando. Se i tarli invece hanno seriamente danneggiato la struttura portante come ad esempio i piedi dei tavoli, è necessario eseguire un’operazione leggermente più complessa. In alcuni casi, è sufficiente iniettare nei buchi una soluzione di colla vinilica e acqua, in modo tale da riempire le gallerie scavate dagli insetti e solidificare la struttura, per le parti più compromesse, questa operazione va ripetuta diverse volte, fino a quando la colla non si abbasserà di livello asciugando.
Se i tarli si trovano ancora all’interno del legname, è indispensabile effettuare uno specifico trattamento a base di un insetticida specifico, facilmente reperibile in commercio nei negozi specializzati o nelle ferramenta. Prima di procedere con il trattamento, il legno deve essere pulito bene, è necessario eliminare eventuali residui di polvere e altra sporcizia, successivamente bisognerà cospargere l’intera superficie dell’oggetto in questione, con il prodotto, adoperando un pennello. L’operazione deve essere eseguita con estrema cura, soprattutto nelle zone non verniciate poichè il legno è più poroso.
In un secondo momento il medesimo liquido deve essere iniettato all’interno di ogni foro, in modo tale che le fibre vengano “avvelenate” e rese immangiabili per i tarli.
L’intero mobile oppure tutte le parti smontabili che lo costituiscono, devono essere messe all’interno di contenitori a tenuta stagna in modo da creare attorno a loro un ambiente saturo di sostanze nocive per gli insetti infestanti.

Questa fase del trattamento deve durare perlomeno un paio di settimane, dopodiché il mobile dev’essere esposto all’aria fino a quando l’odore dell’antitarmico non sarà scomparso.
Il procedimento appena spiegato non ha alcuna efficacia sulle uova quindi è necessari verificare che in estate non si presentino nuovi fori. In caso contrario il trattamento va ripetuto integralmente.

Se il mobile antico attaccato dai tarli è di gran pregio ed ha un elevato valore artistico è indispensabile rivolgersi ad un esperto del settore per scongiurare il pericolo di commettere errori difficili da rimediare in un secondo momento. Uno dei metodi più efficaci adoperati dai restauratori è quello che prevede l’utilizzo di fumi tossici. Questi fumi penetrano a fondo nelle fibre del legno e riescono ad uccidere sia le larve che le uova.
Altri invece preferiscono adoperare le camere a gas o a depressione per eliminare il problema. Sono tutti metodi molto costosi e vale la pena utilizzarli se i mobili sono di valore.

Come fare per pulire e lucidare un mobile antico.

Un mobile antico è particolarmente pregiato quando si trova in buone condizioni e non si presenta opacizzato o con colori spenti. Tra i vari mobili antichi, ci sono quelli rifiniti a cera e con lucidatura a tampone. Le caratteristiche di quest’ultima sono subito evidenti; infatti, si tratta di mobili lucidi a specchio, che esaltano le tonalità e le venature del legno specie quando hanno radiche pregiate come mogano, tuja e palissandro. La lucidatura a tampone (se il mobile è piuttosto vecchio) perde il suo splendore ma, è possibile ridargli tono con l’applicazione di una nuova mano di alcool e gommalacca che sono gli elementi fondamentali per questo tipo restauro. 

La lucidatura a tampone è quindi l’insostituibile sistema che possa esistere; la sua applicazione richiede soltanto pochi materiali come l’alcool, la gommalacca (a scaglie), un tampone fatto artigianalmente, olio di lino e pomice in polvere. Il resto è un gioco di braccia e di muscoli. La lucidatura a tampone, infatti, diventa sempre migliore, man mano che si procede con la finitura. Restaurare un mobile antico con questa tecnica richiede quindi dei passaggi fondamentali. Bisogna innanzitutto rimuovere la vecchia patina, portando a nudo il legno che in genere e di rovere impiallacciato con piuma di mogano, e nei casi più pregiati con il palissandro. Il primo passo è usare uno sverniciatore (applicabile a pennello), che scioglie l’alcool e la gommalacca preesistente fino a poterle asportare con una spatola. A questo punto dopo eventuali altri interventi di restauro quali incollature di pezzi staccati o crepe (usare colla di pesce o di coniglio), si procede con il lavoro che conduce alla finitura a tampone. Con della carta abrasiva, si leviga la superficie per eliminare i residui di gommalacca. Le carte abrasive sono disponibili di diverse grane e secondo l’entità del danno, si può scegliere quella più indicata. Per evitare inoltre di fare dei solchi o creare degli avvallamenti, la carta va incollata su un pezzo di legno liscio e perfettamente in piano, in modo da poterla utilizzare perfettamente perpendicolare al piano del mobile. A questo punto, va usata una spugna leggermente bagnata in acqua, allo scopo di asportare la segatura che si è nel frattempo accumulata a seguito della fase di carteggio. Il mobile adesso è pronto per essere trattato e rifinito a tampone. Per prima cosa a pennello si applica dell’olio di lino, e si lascia in posa per una buona mezz’ora, per poi passarne un’altra mano. Questa è una fase importante poiché il legno, vecchio e disidratato, ha bisogno di nuova linfa e l’olio di lino è il prodotto migliore. 

Adesso,si può passare alla preparazione del tampone che serve anche per stendere l’olio di lino sulle superfici interessate. Si tratta di un ritaglio di tela di circa 10 x 10 centimetri in cui viene arrotolato un batuffolo di cotone. Nel caso specifico, si procede con la spalmatura dell’olio di lino, agendo con il tampone e premendolo leggermente sulla superficie del tavolo in forma ellittica, per evitare striature. La pomice è un ottimo elemento per smerigliare la superficie e renderla liscia e setosa. Inoltre il tampone va continuamente imbevuto nell’olio di lino ogni qual volta, si asciuga e a ogni passata, bisogna poi aumentare la pressione sul piano da lucidare. L’applicazione del colore originale del legno, viene in genere fatta con aniline, ricavate in modo naturale dal legno stesso, quindi sono disponibili tutte le tonalità comprese quelle pregiate. Dopo averla sciolta in alcool, si applica a pennello e si lascia essiccare. Una seconda mano è tuttavia necessaria per poterla far diventare compatta. Soltanto adesso s’interviene con il tampone, imbevuto in una miscela di alcool e gommalacca che con passate frequenti, consente di lucidare il mobile alla perfezione. Anche in questo caso, una leggera pioggerellina di pomice aiuta a levigare la superficie. La lucidatura a tampone, appare evidente man mano che si procede con il lavoro e tra una passata e l’altra, deve trascorrere almeno dodici ore, coprendo l’oggetto con un telo bianco per proteggerlo dalla polvere che si annida nell’ambiente.

Per un buon risultato occorrono almeno tre mani di alcool e gommalacca, e quando la superficie diventa simile a quella di uno specchio, va rifinita con una mano finale, utilizzando un tampone nuovo appena imbevuto in alcool in modo da rimuovere definitivamente i cristalli residui di gommalacca, e rendere la superficie definitivamente liscia e setosa. Questo lavoro non è difficile, ma è ideale per chi ha una certa dimestichezza con l’arte del restauro e del bricolage, e non adatto per i principianti. In questo caso il consiglio migliore è quello di affidarsi a esperti e professionisti del settore, per evitare di commettere errori irreparabili.

Quante sono le fasi di lucidatura dei mobili antichi?

restauro mobile anticoUn mobile antico è un bene prezioso, non solo dal punto di vita strettamente economico, ma soprattutto per quel che rappresenta in termini di ricordi o per le emozioni che evoca il trovarsi di fronte a qualcosa che ha “vissuto” in epoche passate.

Innanzitutto bisogna forse fare un po’ di chiarezza su cosa si intende per mobile antico.
Se è vero che ci si può fidare degli antiquari, è altrettanto vero che avere un minimo di conoscenza degli stili e delle tecniche di fabbricazione che si sono evolute nel corso dei secoli, aiuta non solo a sapere esattamente cosa si ha di fronte, ma anche a saperlo trattare nel migliore dei modi.
Un mobile antico non sarà mai lisciato o verniciato nella parte posteriore: i legni dei mobili antichi sono sempre tagliati a mano.
Le giunzioni non avranno colla o chiodi, ma incastri a coda di rondine o cavicchi in legno. Un tarlo avanza nel legno procedendo a spirale; se uno spillo entra nel buco di un tarlo dritto in profondità, non è stato l’insetto a fare il buco.
Ci sono molte altre informazioni per definire con sicurezza l’antichità di un mobile, ma diamo per scontato di essere di fronte ad un esemplare d’epoca e vediamo come trattarlo per farlo durare a lungo, in tutta la sua bellezza.

Un mobile antico ha inevitabilmente i segni del tempo. Possono essere cambiamenti dovuti al naturale scorrere degli anni, poiché il legno risente delle condizioni ambientali a cui è sottoposto, o segni di usura dovuti all’uso costante per cui è servito. Queste possono essere definite le tracce naturali ed inevitabili che il tempo lascia sulle cose, oggetti d’arredamento compresi.
Ci sono poi i segni degli interventi operati di proposito dall’uomo e si possono riassumere nella scarsa cura o anche nella cura eccessiva ed errata. Una pulizia trascurata può aver portato il legno ad essere sporco, incrostato o ammuffito, oppure pulizie continue ed esagerate possono aver consumato la superficie e arrotondato gli spigoli. Si tratta di interventi che possono minare la salute del mobile stesso.
Infine, spesso l’uomo ha mutilato i pezzi di arredamento per incastrarli in spazi particolari, stretti ed angusti.

Se acquistiamo o ci troviamo ad avere un mobile che ha bisogno di essere rimesso a posto, possiamo procedere seguendo pochi, ma importanti consigli.
La prima, importante ed inevitabile fase è quella di una pulizia molto accurata, che elimini polvere, macchie e sporco anche dagli angoli più nascosti.
Per pulire un mobile con finiture a cera si può usare uno straccio imbevuto di essenza di trementina; per un mobile con finiture in gommalacca si usa una miscela di 100 ml di trementina, 50 ml di alcool a 94° e 50 ml di olio paglierino.
Si tampona accuratamente ogni parte con uno straccio di cotone e si ripassa con un panno morbido.
A volte la vernice è molto rovinata e la cosa migliore è eliminarla.
Se è necessario toglierla, conviene cominciare con sistemi blandi ed arrivare a quelli drastici solo in caso di necessità.
Un metodo abbastanza “dolce” consiste nel passare il legno con alcool a 94° che, da solo, asporta gli strati vernice. Se questa operazione non è sufficiente, si può provare con uno sverniciatore apposito per legno, da usare con lana di vetro o spatola di legno duro; bisogna seguire attentamente le istruzioni fino a togliere ogni strato di vernice e terminare con una passata di alcool.
Sistemi drastici come l’utilizzo di soda caustica vanno lasciati agli esperti ed evitati su mobili di grande pregio.

A questo punto, vediamo come lucidare il mobile.
La lucidatura a gommalacca dona un gradevole aspetto di lucentezza ed è asciutta e morbida al tatto. Prodotta da un insetto, la gommalacca è venduta in scaglie di colore chiaro, da diluire in alcool a 94 gradi in percentuale di circa il 30 – 50 %, o anche già pronta all’uso.
Il metodo migliore per trattare mobili antichi è quello a tampone. Richiede un po’ di tempo e pazienza, ma il risultato sarà soddisfacente. Il tampone va fatto con un quadrato di tela di cotone al cui centro va posta una pezzuola di lana non colorata, imbevuta di soluzione di gommalacca e strizzata. Chiudendo i lembi della pezzuola e torcendoli si ottiene il tampone da passare sul mobile.

In prima fase si procede alla pomiciatura, ovvero l’otturazione dei pori del legno per ottenere una superficie liscia. Si spolvera il mobile con polvere di pomice e si passa il tampone energicamente per farla penetrare. Il tutto va ripetuto finché la superficie non appare perfetta, ma le ultime mani possono essere date senza pomice, per non rischiare macchie biancastre a lavoro finito. Non deve rimanere traccia del pomice.

Dopo almeno un paio di giorni, si passa alla lucidatura, con un tampone nuovo. Conviene dare più mani di gommalacca maggiormente diluita, a distanza di giorni tra l’una e l’altra, piuttosto che poche passate con gommalacca più densa. Si passa il tampone seguendo le venature del legno e quando è asciutto, lo si fa scorrere via da un bordo, per imbeverlo di nuovo.
Nella seconda mano, quando la prima è perfettamente asciutta, si disegnano forme curve, come degli 8 , e poi dei cerchi. Ad ogni mano la gommalacca dovrebbe essere più diluita, ed in genere bastano 3 – 4 mani, a distanza di giorni l’una dall’altra, perché il mobile acquisti un bell’aspetto.

L’ultima fase è quella della brillantatura, impegnativa, ma anche di soddisfazione. Con un tampone nuovo, impregnato di gommalacca molto diluita, si eliminano eventuali segni, tracce di olio ed imperfezioni.
Il risultato sarà una lucidatura asciutta e brillante, per un mobile rinato.

Scrivere per restaurare le nostre vite.